
L’ACR Convergence 2025, il meeting dell’American College of Rheumatology tenutosi a Chicago dal 26 al 30 ottobre nel gigantesco McCormick Place, ha offerto più di uno spunto innovativo sul potenziale impiego degli agonisti del recettore GLP-1 e degli inibitori SGLT2 nella gestione delle malattie reumatiche. Questi farmaci, sviluppati originariamente per il trattamento del diabete di tipo 2 e dell’obesità, stanno emergendo come possibili modulatori dell’infiammazione sistemica, aprendo scenari terapeutici inediti per condizioni come l’artrite reumatoide e l’artrite psoriasica. Due studi retrospettivi presentati al congresso hanno fornito evidenze preliminari che meritano particolare attenzione da parte della comunità reumatologica.
Il primo lavoro, condotto da ricercatori dell’Anne Arundel Medical Center e presentato come poster nella sessione del 27 ottobre (Abstract 1369), ha analizzato retrospettivamente dati del network TriNetX relativi a pazienti con artrite reumatoide in terapia con DMARDs tra il 2019 e il 2024. Lo studio ha confrontato tre gruppi: pazienti trattati esclusivamente con DMARDs, pazienti che ricevevano anche inibitori SGLT2 e pazienti che assumevano agonisti del recettore GLP-1. L’endpoint primario era rappresentato da un punteggio composito di riacutizzazione di malattia, definito attraverso parametri clinici e laboratoristici quali l’utilizzo di metilprednisolone endovenoso, infiltrazioni articolari, cicli brevi di prednisone orale, escalation dei DMARDs ed elevazione degli indici infiammatori (PCR ≥10 mg/L, VES ≥20 mm/h).
I risultati hanno evidenziato una riduzione statisticamente significativa delle riacutizzazioni nei pazienti trattati con inibitori SGLT2: la percentuale di soggetti con flare è diminuita dal 34,1% al 12,0% (p=0,0407) dopo l’inizio della terapia. Nel gruppo trattato con agonisti GLP-1 si è osservata una tendenza alla riduzione (dal 41,0% al 20,7%), sebbene non statisticamente significativa (p=0,1525), probabilmente condizionata da una maggiore severità di malattia al baseline in questo sottogruppo, come suggerito dal numero medio più elevato di DMARDs in uso (2,51 versus 1,31 a fine follow-up). Gli autori hanno sottolineato che, sebbene il gruppo GLP-1 presentasse un punteggio di riacutizzazione apparentemente più elevato rispetto agli altri (1,71±3,79), questo dato potrebbe riflettere la maggiore complessità clinica di partenza, piuttosto che un effetto negativo del farmaco.
Il secondo studio, frutto della collaborazione tra due centri accademici nordamericani (Toronto e NYU) e presentato come comunicazione orale il 29 ottobre (Abstract 2687), ha esaminato 48 pazienti con artrite psoriasica che hanno iniziato una terapia con agonisti GLP-1 (semaglutide, liraglutide o tirzepatide) per obesità o diabete. La popolazione studiata presentava un’elevata prevalenza di comorbilità cardiometaboliche: il 64,6% era obeso, il 35,4% diabetico, il 50% iperteso, e il 60% presentava almeno tre comorbilità concomitanti. Dopo l’inizio della terapia con GLP-1, si è osservata una riduzione media del peso corporeo di 6,43 kg (IC 95%: -9,5, -2,0; p<0,0001), con il 35,4% dei pazienti che ha perso tra il 5% e il 10% del peso iniziale e il 25% oltre il 10%. Parallelamente alla perdita ponderale, si sono registrati miglioramenti significativi nei parametri di attività di malattia: la proteina C-reattiva si è ridotta di 1,1 mg/L (p=0,002) e il dolore è diminuito di un punto su scala numerica (p=0,01). L’indice DAPSA ha mostrato un miglioramento numerico di 3,52 punti, pur non raggiungendo la significatività statistica (p=0,11). L’analisi di regressione lineare ha rivelato che ogni riduzione dell’1% del peso corporeo si associava a miglioramenti significativi nel DAPSA, nel numero di articolazioni dolenti, nella qualità di vita (EQ-5D), nei livelli di LDL e nella pressione arteriosa sistolica, suggerendo una relazione dose-risposta tra calo ponderale e beneficio clinico.
Questi risultati si inseriscono in un contesto più ampio di ricerca sul ruolo dei farmaci antidiabetici nelle malattie infiammatorie. Gli agonisti del recettore GLP-1, oltre agli effetti ben documentati sul controllo glicemico e sulla perdita di peso, sembrano esercitare proprietà antinfiammatorie attraverso la riduzione della produzione di citochine pro-infiammatorie e la modulazione dell’attivazione macrofagica. Gli inibitori SGLT2, d’altra parte, potrebbero agire attraverso meccanismi complementari, inclusi effetti metabolici e modificazioni dell’omeostasi del sodio che potrebbero influenzare la risposta infiammatoria sistemica. La rilevanza clinica di queste osservazioni è amplificata dalla frequente coesistenza di obesità, diabete e malattie reumatiche: l’obesità è infatti presente in oltre il 60% dei pazienti con artrite psoriasica ed è associata a ridotta risposta terapeutica e peggiori outcome di malattia.
Va sottolineato che entrambi gli studi presentano limitazioni intrinseche alla natura retrospettiva dei dati e all’assenza di misure standardizzate di attività di malattia come il DAS28. Il primo studio non ha potuto includere nell’analisi pre-post l’escalation dei DMARDs, mentre il secondo ha una numerosità campionaria relativamente limitata e manca di un gruppo di controllo. Inoltre, la presenza di molteplici confondenti, in particolare la diversa prevalenza di comorbilità tra i gruppi, richiede cautela nell’interpretazione dei risultati. Tuttavia, la convergenza delle evidenze da popolazioni diverse (artrite reumatoide e artrite psoriasica) e l’osservazione di benefici sia con inibitori SGLT2 che con agonisti GLP-1 rafforzano l’ipotesi di un effetto antinfiammatorio di classe, pur con possibili differenze di intensità ed efficacia.
La presentazione di questi dati all’ACR Convergence 2025 si è accompagnata ad altri lavori sullo stesso tema, tra cui studi sull’incidenza di malattie reumatiche in pazienti che ricevono GLP-1 (Abstract 2657) e sull’effetto dell’agonista GLP-1/GIP tirzepatide sul dolore muscoloscheletrico (Abstract 0813), suggerendo un crescente interesse della comunità scientifica verso questa linea di ricerca. Anche nel campo dell’osteoartrosi, già da alcuni anni si stanno accumulando evidenze sull’efficacia degli agonisti GLP-1, sia per via sistemica che intra-articolare, nel ridurre il dolore e migliorare la funzionalità articolare, con diversi lavori presentati anche alle edizioni precedenti dell’ACR Convergence.
Le implicazioni pratiche di questi studi sono molteplici. Da un lato, suggeriscono che i reumatologi dovrebbero considerare attivamente l’introduzione di inibitori SGLT2 o agonisti GLP-1 nei pazienti con artrite reumatoide o psoriasica che presentano indicazioni metaboliche appropriate (diabete, obesità, rischio cardiovascolare elevato), non solo per i benefici cardiometabolici ormai ben consolidati, ma anche per i potenziali vantaggi sul controllo della malattia reumatica. Dall’altro, queste osservazioni pongono le basi per studi prospettici controllati che possano chiarire se questi farmaci possano essere considerati parte dell’armamentario terapeutico reumatologico indipendentemente dalla presenza di comorbilità metaboliche. Particolarmente interessante sarebbe valutare se l’effetto benefico persista anche nei pazienti normopeso o se sia mediato prevalentemente dalla perdita ponderale, come suggerito dall’analisi di regressione dello studio sull’artrite psoriasica.
In conclusione, i dati presentati all’ACR Convergence 2025 offrono spunti promettenti sul potenziale ruolo degli agonisti GLP-1 e degli inibitori SGLT2 come adiuvanti nel trattamento delle malattie reumatiche infiammatorie croniche. Sebbene siano necessari studi prospettici di maggiori dimensioni per confermare questi risultati preliminari e definire i meccanismi d’azione sottostanti, l’idea di sfruttare farmaci già disponibili e con profilo di sicurezza ben caratterizzato per ottenere un duplice beneficio metabolico e antinfiammatorio rappresenta un’opportunità clinica concreta e di immediata applicabilità per i pazienti con comorbilità multiple. La sfida sarà quella di identificare i sottogruppi di pazienti che possono trarre maggior beneficio da questi approcci terapeutici integrati e di comprendere se l’effetto antinfiammatorio osservato sia sufficiente a modificare il decorso naturale della malattia reumatica o si limiti a un controllo sintomatico.



