
Una recente analisi ha messo in discussione la narrativa secondo cui alcuni alimenti ultraprocessati potrebbero essere considerati “sani”, invitando a una maggiore cautela nell’interpretazione dei dati disponibili. Il lavoro, coordinato da Leandro Rezende della Universidade Federal de São Paulo in Brasile e pubblicato sul BMJ, ha proposto una riflessione critica su come il dibattito scientifico e mediatico stia evolvendo intorno alla categoria dei cibi ultraprocessati (ultra-processed foods, UPF).
Nel commento gli autori e le autrici, proventienti da istituzioni accademiche in Spagna e Brasile che si occupano di epidemiologia nutrizionale e salute pubblica, hanno sottolineato come negli ultimi anni si sia assistito a un progressivo cambiamento nel modo di rappresentare questi alimenti: un passaggio dall’associazione a esiti avversi come obesità, diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e mortalità a una narrativa più sfumata, in cui alcuni prodotti rientranti nella stessa categoria vengono talvolta presentati come compatibili con un’alimentazione salutare. Secondo Rezende, colleghe e colleghi questa prospettiva rischia però di generare confusione, soprattutto quando si tende a isolare singoli nutrienti o a enfatizzare riformulazioni industriali senza considerare il livello di trasformazione complessivo e il contesto dietetico.
Le multinazionali alimentari stanno infatti ampliando la gamma di alimenti ultraprocessati “che fanno bene alla salute”, dagli snack ad alto contenuto proteico alle bevande arricchite con vitamine, fino agli hamburger vegetali. Inquadrati nel contesto della “sicurezza nutrizionale” e dell’“innovazione sostenibile” questi prodotti vengono promossi come soluzioni alle carenze nutrizionali e alle malattie legate all’alimentazione (2). In pratica, consentono all’industria alimentare che produce alimenti ultra processati di apparire come parte della soluzione al problema che lei stessa contribuisce ad alimentare.
I dati epidemiologici disponibili mostrano come gran parte delle evidenze epidemiologiche disponibili ha portato all’adozione di politiche quali il divieto dei grassi trans, la riduzione del sodio e la promozione di frutta e verdura. L’analisi ha sottolineato che con l’accumularsi delle prove sugli alimenti ultraprocessati sono emerse controargomentazioni sia da parte dell’industria che di parte della comunità scientifica: le aziende alimentari hanno mobilitato strategie politiche e di marketing per proteggere i propri mercati, contestando le prove, facendo pressione contro la regolamentazione, finanziando ricerche favorevoli e presentandosi come partner nella lotta alle malattie croniche e all’insicurezza alimentare.
Pur riconoscendo i limiti intrinseci degli studi osservazionali, i ricercatori e le ricercatrici hanno evidenziato come la coerenza dei risultati tra differenti popolazioni e contesti geografici rafforzi la plausibilità di un’associazione sfavorevole. In questo quadro, definire alcuni UPF come “sani” potrebbe risultare fuorviante se non si chiariscono con precisione criteri, definizioni e ambiti di applicazione.
Un nodo centrale riguarda la classificazione degli alimenti in base al grado di trasformazione industriale, concetto che in ambito scientifico è stato sistematizzato attraverso modelli come la classificazione NOVA. Il dibattito attuale tende talvolta a ridurre la questione a un confronto tra nutrienti “buoni” e “cattivi”, trascurando la complessità dei processi industriali, delle matrici alimentari e delle modalità di consumo. La semplice riformulazione di un prodotto, ad esempio attraverso la riduzione di zuccheri o grassi, non ne modifica necessariamente la natura di alimento ultraprocessato né le possibili implicazioni sul comportamento alimentare.
Nel commento viene inoltre osservato come alcune argomentazioni a favore di specifici UPF possano essere utilizzate in modo selettivo, enfatizzando benefici teorici o parziali senza un’analisi sistematica dell’insieme delle evidenze. Questo approccio rischia di indebolire i messaggi di salute pubblica e di complicare l’elaborazione di raccomandazioni coerenti.
L’analisi non introduce nuovi dati, ma propone una rilettura critica della letteratura esistente e della comunicazione che ne deriva. La conclusione è un invito a evitare semplificazioni eccessive: il dibattito sugli alimenti ultraprocessati dovrebbe mantenere un ancoraggio rigoroso alle evidenze disponibili, distinguendo tra analisi scientifica e narrazione mediatica. In assenza di prove solide che dimostrino un beneficio complessivo di specifici prodotti ultraprocessati nel contesto di una dieta sana, viene suggerita prudenza nell’attribuire etichette rassicuranti a una categoria alimentare che, nel suo complesso, continua a essere associata a esiti clinici sfavorevoli.
Bibliografia
1. Rezende LFM, Martinez-Steele E, Louzada MLDC, et al. Misleading narrative of “healthy” ultraprocessed foods. BMJ 2026;392:e087538.
2. Moodie R, Bennett E, Kwong EJL, et al. Ultra-processed profits: the political economy of countering the global spread of ultra-processed foods – a synthesis review on the market and political practices of transnational food corporations and strategic public health responses. Int J Health Policy Manag2021;10:968-82. Doi:10.34172/ijhpm.2021.45. pmid:34124866



