
Il fenomeno della violenza nei contesti di emergenza-urgenza non deve essere interpretato esclusivamente come una criticità di ordine pubblico, ma come una complessa sfida clinica che spesso sottende uno scompenso multidimensionale del paziente (1).
Questo secondo un’analisi epidemiologica condotta dalle Università di Bologna e Ferrara in collaborazione con la AUSL Romagna, pubblicata su BMJ Open e ripresa dalla rivista Care Online, offre una prospettiva inedita su questo tema, analizzando gli accessi in Pronto Soccorso per comportamenti violenti in una popolazione di oltre 870.000 residenti in Romagna tra il 2022 e il 2023.
Sebbene la percezione di insicurezza sia molto elevata tra gli operatori sanitari, i dati mostrano che un’incidenza relativamente contenuta (3,48 casi per 10.000 persone-anno), che rappresenta il 4,2% di tutte le consulenze psichiatriche effettuate in regime di urgenza.
L’analisi del profilo dei pazienti ha permesso di identificare alcuni fattori predominanti nei soggetti a rischio: il 76,9% dei pazienti violenti è di sesso maschile. Nel modello statistico, il sesso maschile è associato a una probabilità di manifestare condotte aggressive quasi quattro volte superiore rispetto alle donne (OR 3,85). Tuttavia, il dato più significativo secondo gli autori e le autrici dello studio riguarda il legame tra violenza e fragilità clinica: viene evidenziata una correlazione diretta tra l’alta comorbilità e l’insorgenza di crisi violente misurata tramite il Modified Chronic Disease Score (M-CDS). Chi presenta un quadro clinico severo (M-CDS ≥10) mostra un rischio marcatamente più elevato, suggerendo che il comportamento aggressivo possa essere la manifestazione sintomatica di uno scompenso organico sovrapposto a fragilità preesistenti, anziché un evento puramente comportamentale.
Un ulteriore elemento di riflessione deriva dalla storia clinica dei soggetti coinvolti: circa il 50% dei pazienti giunti in Pronto Soccorso per violenza era già noto ai Centri di salute mentale (CSM). L’applicazione di un modello statistico a soglia ha dimostrato che un singolo accesso per comportamento violento aumenta di oltre 10 volte la probabilità di futuri ingressi in emergenza per altri problemi di salute mentale, configurando tali episodi come veri e propri “segnali sentinella” di un’instabilità profonda che il sistema territoriale potrebbe provare a intercettare tempestivamente. Particolarmente critico appare il dato relativo alla popolazione immigrata già in carico ai servizi: per questi pazienti il rischio di accesso violento è significativamente maggiore (OR 2,49), riflettendo possibili barriere linguistiche e culturali che possono esacerbare lo stress clinico fino all’esplosione aggressiva.
In conclusione, la gestione della violenza in Pronto Soccorso richiede un superamento della logica emergenziale a favore di una strategia di stratificazione del rischio e raccordo post-dimissione. Secondo i ricercatori e le ricercatrici, sarà essenziale implementare protocolli di triage specifici per i pazienti ad alta comorbilità e garantire una connessione immediata con i servizi territoriali.
Bibliografia
1. Perna B, Vallicelli G, Reno C, et al. Incidence and associated factors of emergency department visits for violent behaviour: a retrospective cohort study in Romagna, Italy. BMJ Open 2026; Jan 28;16(1):e101367.



