
Il ricorso eccessivo alla diagnosi rischierebbe di etichettare troppo facilmente condizioni che non rientrano necessariamente in un disturbo clinico, contribuendo a escludere individui potenzialmente recuperabili dalla vita attiva. Questa frase, al centro di una Opinion pubblicata di recente sul BMJ, costituisce una recente – e criticata – dichiarazione di Wes Streeting, Health and social care secretary britannico: Streeting si riferiva alla potenziale sovradiagnosi nelle condizioni di salute mentale, nel contesto di una proposta di riforma del sistema previdenziale inglese che punta a reinserire nel mondo del lavoro persone malate o disabili (2).
Il concetto di sovradiagnosi è ben noto in medicina, e trasversale a diverse aree di specializzazione: si riferisce a diagnosi che non portano beneficio clinico al paziente, talvolta medicalizzando situazioni che non evolverebbero in malattia o disabilità. Ad esempio, è un tema ricorrente nella discussione sull’efficacia dello screening oncologico o nella definizione dei limiti diagnostici dell’ipertensione. Anche applicato alla salute mentale il discorso è molto complesso, perché coinvolge aspetti soggettivi, sociali e culturali legati al disagio della persona.
Secondo le autrici Elspeth Davies, University of Oxford, e Helen Salisbury, medico di medicina generale, ci sono due aspetti da considerare quando si cerca di analizzare il problema: da una parte le diagnosi psichiatriche potrebbero medicalizzare la sofferenza delle persone, tralasciando le cause del disagio, ma allo stesso tempo sarebbe auspicabile riconoscere e legittimare questa sofferenza e mettere in discussione il modello “diagnosi e cura” nell’ambito della salute mentale.
L’esempio riportato da Davies e Salisbury è chiaro: nei pazienti che possono sentirsi ansiosi a causa dell’insicurezza finanziaria il modello “diagnosi e cura” può portare alla diagnosi di un disturbo d’ansia e alla prescrizione di un antidepressivo, ma la causa della sofferenza – la precarietà finanziaria – di solito non viene affrontata. D’altra parte, le persone hanno risposto a decenni di campagne di sensibilizzazione cercando aiuto in numero sempre maggiore: anche se potrebbe non essere utile etichettare tutto il disagio come una forma di malattia mentale, ciò non significa che le persone debbano sentirsi dire che il loro disagio è troppo lieve, o accusate di aver cercato troppo aiuto o di essere un peso per lo Stato.
L’articolo ha evidenziato come spesso chi parla di sovradiagnosi stia mettendo in dubbio direttamente l’esistenza della malattia o del disagio piuttosto che l’efficacia della diagnosi o del trattamento. Chi critica la medicalizzazione della sofferenza deve fare attenzione a separare questi aspetti.
Gli autori auspicano inoltre che la discussione sulla sovradiagnosi venga portata avanti anche in altri ambiti della medicina: i titoli dei giornali e i rapporti governativi hanno parlato relativamente poco, secondo Davies e Salisbury, dello screening per il tumore mammario, un esame che interessa i gruppi più abbienti della nostra società, quelli con maggiori probabilità di rispondere agli inviti a sottoporsi a screening e test. Una ricerca citata nell’articolo infatti ha mostrato che, per ogni donna a cui viene salvata la vita grazie allo screening del tumore al seno, circa tre avranno una diagnosi per un tumore al seno diagnosticato che non sarebbe mai progredito fino a causare problemi al paziente (2).
L’articolo chiude con un appello, ricordando che ciò che può andare perso nei dibattiti politici sui confini appropriati delle categorie diagnostiche sarebbe ciò che conta davvero: la ricerca di una soluzione appropriata per le persone che soffrono e si recano dal medico di medicina generale per chiedere aiuto.
Bibliografia
1. Davies E, Salisbury, H. How do we talk about overdiagnosis of mental health conditions without dismissing people’s suffering? BMJ (2025); published online 04 april 2025.
2. Independent UK Panel on Breast Cancer Screening. The benefits and harms of breast cancer screening: an independent review. Lancet (2012); 380:1778-86.



