
Prescrivere una visita al museo come parte di un percorso terapeutico non è più un’ipotesi teorica: due iniziative recenti, in Austria e in Italia, hanno mostrato come il social prescribing stia diventando una pratica strutturata, con protocolli sempre più definiti.
Il termine social prescribing indica la possibilità, per i professionisti sanitari, di indirizzare i pazienti verso risorse non cliniche della comunità come attività culturali, sociali e artistiche, a complemento delle terapie tradizionali. Sul versante clinico è stato valutato l’impatto dei programmi comunitari della prescrizione sulla salute individuale e sul benessere delle persone (1). La revisione ha preso in cosiderazione dati da 30 studi, documentando che gli outcome quantitativi più frequentemente misurati sono benessere, ansia, depressione e qualità di vita, con risultati complessivamente positivi ma variabilità metodologica elevata tra gli studi.
In Europa, in particolare, le esperienze e i progetti pilota sul social prescribing sono incoraggianti: dal novembre 2024, il Vorarlberg Museum in Austria ha avviato un progetto pilota denominato Museo su prescrizione (dal tedesco austriaco Museum auf Rezept). “Con questa iniziativa vogliamo dare l’esempio e magari motivare anche altri musei in Austria” ha affermato la responsabile del progetto, Kathrin Dünser. “Naturalmente non possiamo curare le persone con le visite ai musei, ma possiamo aiutarle”. Secondo Dünser, la visita a una mostra può essere utile soprattutto in caso di disturbi psichici come la depressione o la solitudine, ad esempio tra gli anziani. Per la fase pilota del progetto sono stati messi a disposizione 1000 biglietti d’ingresso, che i medici della regione possono richiedere. Basta una semplice e-mail per manifestare il proprio interesse.
A Torino, l’ASLTO3 ha lanciato il progetto Museo Benessere: percorsi di cura attraverso arte e cultura, con il coinvolgimento diretto dei medici di medicina generale, chiamati a prescrivere visite museali e attività artistiche mediante una ricetta bianca. Le strutture culturali coinvolte sono il Castello di Rivoli – Museo d’Arte Contemporanea e la Reggia di Venaria. Il progetto è rivolto a persone in condizioni di fragilità: adulti soli, anziani, persone con ansia o fragilità psicologica, pazienti con patologie croniche o a rischio di isolamento sociale. Prevede monitoraggio clinico e valutazione finale degli outcome, con l’obiettivo di produrre un modello replicabile di integrazione tra sanità e cultura.
Secondo uno studio del 2023, le sfide aperte in questo campo riguardano soprattutto la qualità dell’evidenza disponibile: le revisioni sistematiche segnalano costantemente outcome positivi, ma con evidenza limitata per le piccole dimensioni campionarie e le sfide metodologiche degli studi primari, con elevata variabilità negli strumenti di misura utilizzati (2). La mancanza di protocolli standardizzati di prescrizione, di criteri di selezione dei pazienti e di follow-up sistematici rappresenta tuttora il principale ostacolo alla piena integrazione della social prescribing culturale nella pratica clinica ordinaria.
Permangono inoltre differenze tra Paesi nel ruolo attribuito alle istituzioni pubbliche. In alcuni contesti, gli enti governativi hanno un ruolo attivo nella promozione e nel finanziamento di progetti, mentre in altri prevale un modello più informale, sostenuto da reti di operatori e organizzazioni non governative. Nel Regno Unito, ad esempio, solo una quota limitata dei documenti analizzati contiene indicazioni vincolanti di policy, mentre prevalgono raccomandazioni e report; al contrario, in Paesi come Finlandia e Nuova Zelanda si osserva una maggiore presenza di documenti con valore programmatico, spesso promossi da enti pubblici.
Molti di questi progetti si fondano su una solida base scientifica rappresentata da una revisione dell’OMS, firmata da Daisy Fancourt e Saoirse Finn (University College London), che ha sintetizzato i risultati di oltre 900 pubblicazioni, di cui circa 200 tra revisioni sistematiche, meta-analisi e meta-sintesi (3). Le autrici hanno concluso che, sebbene alcuni Paesi abbiano compiuto progressi nello sviluppo di politiche che utilizzano le arti a sostegno della salute e del benessere, molti non hanno ancora colto le opportunità esistenti per l’utilizzo delle arti a sostegno della salute.
Bibliografia
1. Spanos S, Wijekulasuriya S, Ellis LA, et al. Integrating Non-Clinical Supports into Care: A Systematic Review of Social Prescribing Referral Pathways for Mental Health, Wellbeing, and Psychosocial Improvement. Int J Integr Care 2025;25(3):21.
2. Dow R, Warran K, Letrondo P et al. The arts in public health policy: progress and opportunities. The Lancet Public Health 2023;8:e155-e160.
3. Fancourt D, Finn S. What is the evidence on the role of the arts in improving health and well-being? A scoping review. Copenhagen: WHO Regional Office for Europe; 2019. PMID: 32091683.



