
Secondo uno studio italiano pubblicato sulla rivista Healthcare, lo stress cronico legato al carico mentale quotidiano può produrre effetti misurabili non soltanto sul piano psicologico, ma anche su parametri corporei e neurofisiologici. La ricerca, coordinata da Marco Iosa (Sapienza Università di Roma e Fondazione Santa Lucia IRCCS), ha analizzato gli effetti di un protocollo multimodale denominato e-Motion su parametri fisiologici e cognitivi in donne lavoratrici e madri, con l’obiettivo di esplorare possibili indicatori misurabili dello stress cronico.
Il razionale dello studio si fonda sul concetto neuroscientifico di “embodied mind”, cioè l’ipotesi che cervello, emozioni, movimento e stato fisico siano profondamente interconnessi, e sull’osservazione che lo stress cronico quotidiano possa produrre effetti misurabili non solo sul piano psicologico ma anche su parametri neurofisiologici e metabolici.
Lo studio ha coinvolto 33 donne monitorate per sei settimane attraverso un approccio definito dagli autori “embodimetrico”, basato sulla misurazione integrata di variabilità cardiaca (HRV), tessuto adiposo superficiale (SAT), memoria, attenzione e mobilità corporea. Il protocollo e-Motion combinava respirazione nasale, esercizi posturali, attività fisica leggera, stimolazione cognitiva, dieta gluten free, integrazione con magnesio bisglicinato e momenti quotidiani di contatto affettivo. Le attività erano monitorate tramite un’app dedicata.
Le partecipanti che hanno seguito il protocollo hanno mostrato modificazioni della variabilità cardiaca, parametro utilizzato come indicatore della risposta del sistema nervoso autonomo allo stress. Il dato più rilevante segnalato dagli autori riguarda il tessuto adiposo superficiale: la percentuale di donne con valori ritenuti fisiologici è passata dal 47,1% all’82,4% nel gruppo intervento, senza miglioramenti significativi nel gruppo di controllo. Lo studio propone inoltre, per la prima volta, un valore soglia di riferimento per il SAT in soggetti sani fissato a 1,3 cm, che gli autori stessi riconoscono come necessitante di ulteriore validazione.
I limiti dello studio sono rilevanti e riconosciuti dagli autori: il campione è molto piccolo (n=33), il disegno non è randomizzato, il protocollo è altamente multimodale rendendo difficile isolare il contributo dei singoli componenti, e sia il SAT come indicatore di stress cronico sia il valore soglia proposto richiedono conferma in coorti più ampie e con metodologie più rigorose. I risultati vanno quindi interpretati come preliminari ed esplorativi. Secondo gli autori, il lavoro rappresenta un primo passo verso una valutazione più scientifica delle connessioni tra stress, corpo, funzioni cognitive e qualità della vita quotidiana, in un ambito ancora poco esplorato attraverso parametri fisiologici misurabili.



